Fino a oggi solo un limitato settore di utenti tecnici, principalmente costituito da sviluppatori indipendenti di software, si è scontrato con gli accordi di licenza prodotti dalle più contorte legislazioni sulla proprietà intellettuale, che hanno molti punti di contatto con la protezione del diritto d'autore come viene concepita dai grandi discografici, dagli editori tradizionali e dalle più importanti case cinematografiche (indicati collettivamente con il termine Big Content). Acquistare un programma infatti significa accettare un fitto elenco di restrizioni, come il divieto di studiarne o alterarne il funziomento, che non sarebbero accettabili per chi, per esempio, acquista un orologio, un comodino o un vestito. È ancora dannatamente difficile far capire alle persone che sono cresciute nella società post-industriale che spendere un centesimo per acquistare qualcosa, non significa acquisire alcun diritto di proprietà su di essa, compresa la possibilità di rivendere ciò che si è acquistato. In pratica, quello che il grande capo Toro Seduto cercava di insegnare al Generale Custer, dovrebbe risultarci comprensibile nella terra dei contenuti protetti o in quella ancor più spinosa dei brevetti. Col nostro filesharing ci apprestiamo a uccidere l'ultimo autore rimasto nelle terre selvagge del Big Content, e non ce ne accorgiamo neanche.
Lo scarto che i big dell'informatica e le major dell'intrattenimento vorrebbero introdurre nelle nostre menti per salvare i propri preziosi fatturati, è che l'acquisto non ha niente a che fare con la proprietà. Tornando alla metafora materiale, che chiaramente non è applicabile per i suddetti motivi ontologici, sarebbe un po' come vivere in un libro di Philip K. Dick in cui qualsiasi oggetto, dal frigorifero, alla porta di casa, ha una piccola fessura in cui è necessario inserire continuamente monetine. Il controllo capillare che abita i sogni lisergici di questi giganti è più plausibile dell'appartamento di Joe Chip (v. Ubik, Philip K. Dick 1969) ma fortunatamente non è ancora realizzabile. Non siamo ancora stati abbastanza educati. E attenzione perché chi sostiene un'idea del diritto d'autore più in linea con il senso comune, come l'iniziativa "alcuni diritti riservati" di CreativeCommons, può essere tacciato di comunismo dal supergeek Bill Gates.
A spiegarci come stanno veramente le cose ci ha pensato nel febbraio 2007 il più scaltro CEO e leader carismatico di Apple, Steve Jobs, che in una lettera aperta ai suoi affezionati discepoli spiegava perché non fosse possibile riprodurre le tracce acquistate dal negozio web di Apple su riproduttori di Mp3 diversi dall'iPod, accusando di questa contraddizione le major discografiche, per la maggior parte europee. Nel corso dell'anno, dopo una iniziale polemica indirizzata contro Jobs, si sono susseguite importanti adesioni di alcuni colossi del settore discografico, che hanno suscitato un certo ottimismo, sostenuto anche dall'introduzione sul mercato di file musicali privi di DRM da parte di Amazon e dello stesso iTunes Store.
Dopo una serie di scivoloni tecnologici rocamboleschi, i principali sostenitori dei sistemi di protezione del diritto d'autore (o DRM) si sono quindi affrettati a rivedere le proprie posizioni (v. smartofino), ma solo in vista di una vittoria decisamente più importante che ormai sembra a portata di mano. Un'operazione di facciata con cui aziende che hanno definito "terroristi" ragazzini e nonne che scaricano Mp3, e che hanno infestato i dischi rigidi di milioni di utenti con sistemi di protezione indistinguibili dai virus (come i rootkit di Sony) si stavano preparando a rifarsi una faccia, rinunciando a tecnologie che fino a oggi, tra l'altro, hanno contribuito ad affossare il mercato legale della musica su internet.
Anche Edgar Bronfman CEO dell'irriducibile Warner Music era arrivato ad ammettere "Siamo inavvertitamente entrati in conflitto con i consumatori negando loro ciò che volevano e che avrebbero comunque potuto trovare in altro modo, e come risultato, naturalmente, i consumatori hanno vinto".
Non bisogna meravigliarsi di questa improvvisa generosità, visto che molti governi d'Europa si preparano ad aumentare a dismisura le possibilità di controllo sugli utenti della rete da parte delle aziende del Big Content, legittimata anche dall'indifferenza della Corte di Giustizia Europea, ovvero la stessa corte che ha già condannato Microsoft per abuso di posizione dominante, e che presto deciderà possibili ulteriori condanne per l'integrazione del browser Internet Explorer in Windows. Non è un caso neanche che le principali beneficiarie di questa iniziativa siano proprio le case discografiche, che, come sottolineato dallo stesso Steve Jobs (anch'esso nel mirino della legislazione francese a causa del DRM di iPod e iPhone) sono per la maggior parte europee.
Una guerra commerciale fra Europa e Stati Uniti che si combatte nelle aule giudiziarie, nelle stanze chiuse dei governi, ma soprattutto sulla pelle degli utenti, che evidentemente hanno esagerato con gli abbonamenti a banda larga e rappresentano la prima reale minaccia al buon funzionamento della nostra società, insieme, naturalmente, ai terroristi.
L'Europa ha trovato un nuovo slancio (foto di azrainman)A guidare questa gioiosa rivoluzione è proprio uno di quei paesi che per anni ha millantato una maggiore apertura alla libera circolazione delle idee su internet rispetto agli Stati Uniti, ovvero la Francia. È infatti proprio il verbo del presidente francese Nicolas Sarkozy a conquistare gli amministratori delegati delle più importanti aziende discografiche e cinematografiche di mezzo mondo, in apparente difesa degli autori, ma anche in aperta violazione della privacy degli utenti. A riprova del fatto che le major sono ancora in pieno trip questo comunicato dell'IFPI, che fa pensare a nuove potenti soluzioni per spruzzare LSD sulle verdi vallate del Big Content.
Quello che propone Sarkozy, e che dovrebbe diventare legge entro l'estate del 2008, è che i provider diventino i cani poliziotto delle aziende che controllano il mercato dell'intrattenimento, utilizzando dispendiosi sistemi di rilevazione e filtraggio dei contenuti del traffico, fino al gigliottinamento della connessione se l'utente si dimostra recidivo nel continuare a condividere contenuti su internet. Che siano contenuti protetti dal diritto d'autore, o da licenze meno restrittive, sarà indifferente, l'importante è che assomiglino alla condivisione dei file. Nello spirito medioevale evocato da Sarkozy a proposito della cultura della condivisione, possiamo essere orgogliosi di testimoniare l'inizio della prima vera caccia alle streghe dell'era di internet.
Pirati, ladri, terroristi, nonni, ragazzini e adulti consapevoli, si trovano accomunati in una lotta che ancora una volta ha come bersaglio esperti di marketing e amministratori delegati, spesso torturati e sottoposti a orrende mutilazioni. Curioso che tutte queste iniziative in favore degli autori capeggiate dalle case discografiche, non abbiano mai prodotto alcun vantaggio economico per gli autori stessi. E mentre Wired celebra l'economia del gratis, il braccio destro di Sarkozy in questa sortita discutibile (il presidente della principale catena francese di rivendita di prodotti culturali e di elettronica di consumo FNAC, Denis Olivennes) si scaglia contro la gratuità come sinonimo di pirateria (su LCI.FR l'intervento di Olivennes).
La presentazione di un libro in un negozio FNAC in Spagna (foto di Fluzo)Era chiaro fin dall'inizio che impedire alle persone di copiare, prestare e scambiare file, come è possibile fare con CD, cassette, libri e videocassette non avrebbe prodotto grandi risultati. È meglio stabilire un saldo controllo sulla tecnologia, tagliare i cavi e mandare in galera chi non si adegua, magari prima ancora che commetta qualche reato. E lo ricordiamo, non è gente che uccide, ruba, corrompe o evade le tasse, ma pericolosi terroristi che hanno organizzato una rete diffusa su tutto il pianeta per condividere gratuitamente film, musica e libri che spesso non trovano spazio nel circuito tradizionale. Una vera maledizione.
Se ti metti in testa un sacchetto FNAC, stai tranquillo che non cadi nelle tentazioni del filesharing (foto di Geertschnieder)








